lunedì 13 febbraio 2012

schroeder

schroeder era l’amore non corrisposto di lucy van pelt, e già questo ne fa un eroe. era il piccolo genio del piano, uno della vecchia guardia, fra i primi creati da schulz; che il giorno del compleanno di beethoven (e anche svariate settimane prima) circolava con un cartello in mano per ricordare al mondo, il suo mondo, che quel giorno lì era speciale, perché aveva regalato all’universo musica bellissima.

Ancora oggi non provo dolore per Feiez. Solo gioia, e gratitudine. Per tutto quello che ho imparato da lui e con lui. Non c’era niente di irrisolto, niente di non detto. Sarei potuto morire io un anno prima e non sarebbe cambiato niente. Tutto era al suo posto ed è al suo posto ancora oggi che è cambiato tutto. Con Paolo c’è sempre stata solo pace, e una musica bellissima che fa più o meno così:

(rocco tanica, da “vite bruciacchiate - ricordi confusi di una carriera discutibile”, di elio e le storie tese, bompiani, 2006).

mercoledì 25 gennaio 2012

incipit 4 - tre mesi prima

come lo quantificano, un buongiorno. come danno valore a una voce. come lo calcolano, l’inizio di ogni giornata. quanto vale la mattina.
aveva pianto. per due settimane. aveva anche vissuto, in qualche modo. aveva parlato, fatto la spesa, pranzato con i suoi amici, piangendo. lacrimando, più che altro. si chiedeva se quel modo di dire, piangere tutte le proprie lacrime, avesse un senso, perché le sue non finivano.
la crepa l’aveva vista. la voce che cambiava, lo sguardo che sfuggiva. si era detta, una fase, poi passa. e invece la crepa si era allargata, e alla fine tutto si era rotto. si erano rotti due anni, senza lasciare cocci da raccogliere. nessun pezzo abbastanza grande da cercare di riattaccarlo. l’ultima immagine che aveva di lui, di spalle, mentre usciva dal cancello del parco. si erano visti per l’ultima volta, per stabilire, dividere, finire. poi lei era rimasta tra gli alberi, e lui era andato via, con quel suo cappotto strano, leggermente incurvato sotto il peso di due anni cancellati e degli ultimi minuti di recriminazioni, accuse, rimpianti.
era la prima voce che sentiva la mattina. avesse dovuto dare un senso a tutto, descrivere il loro rapporto in qualche modo, avrebbe detto, il buongiorno. che si dicevano proprio buongiorno, non ciao, o altro, no, avevano il loro buongiorno, in un tono particolare, codificato.
aveva appena lasciato il suo lavoro. avevano un progetto insieme, loro due. e invece niente. niente vecchio lavoro, niente nuovo progetto. aveva pianto, finché si era fermata e si era guardata attorno. e si era resa conto che non aveva un lavoro, non aveva un soldo, non un passato, non un presente, non un futuro. assolutamente nulla. il nulla è così strano da guardare che a suo modo è affascinante. si era persa a contemplare le macerie già ridotte a sabbia della sua vita. incantata dall’assoluto niente che la circondava. e si era resa conto che non era spaventata. era un vuoto che le toglieva anche le lacrime. le toglieva la paura. le toglieva tutto. la liberava.
non aveva nessun legame. poteva fare quello che voleva, perché non c’era niente da riprendere, niente da continuare, niente da perdere. poteva andare a vivere in giappone, poteva fare l’astronauta. non aveva niente, poteva tutto. libera. si era seduta in mezzo al nulla e si era detta, scegli, decidi, ma senza logica, a istinto. chiudi gli occhi e quello che vedi, quello sarà. aveva chiuso gli occhi, e quello che aveva visto, la prima immagine che le era venuta addosso, era uno sguardo di nove anni prima.
e aveva sorriso, pensando, follia pura. aveva passato la notte a scrivere. aveva telefonato, di prima mattina, alla grande azienda dinosauro. aveva detto buongiorno, a loro. aveva spiegato che doveva contattare il genio, si era qualificata, le avevano dato il numero della segreteria del suo ufficio. aveva chiamato, le aveva risposto la segretaria. aveva detto buongiorno di nuovo, aveva spiegato, ho un progetto da proporre. poi aveva richiamato, qualche giorno dopo, e la segretaria le aveva detto, il genio ha visto il progetto, è entusiasta, ma questo è un periodo così pieno, ora proprio non può vederti, richiama la settimana prossima. e lei aveva richiamato. e la segretaria le aveva di nuovo detto, vuole vederti, ma è un periodaccio, richiama. e lei aveva richiamato. ogni settimana. per due mesi e tre settimane.
finché una mattina, passeggiava in camera da letto con le cuffie dell’ipod nelle orecchie, ascoltava una canzone che diceva non ha più senso pensarti capire provare o sparire, e all’improvviso aveva sentito qualcosa cambiare. si era voltata, aveva visto il cellulare illuminarsi. aveva spento l’ipod, si era tolta le cuffie, aveva ascoltato gli squilli, aveva guardato il numero sul display, un numero di cellulare che non conosceva. aveva seguito il suo cuore rallentare, fermarsi e poi correre. lo sapeva, chi era. prima ancora di rispondere, prima ancora di sentire la sua voce che per la prima volta parlava a lei, che diceva semplicemente il suo nome e cognome, presentandosi come uno qualsiasi, dandole del lei, fissandole un appuntamento per un colloquio di lì a due giorni. lo sapeva. perché, genio, non sei l’unico, qui, che ha una certa come dire telepatia. 

mercoledì 28 dicembre 2011

incipit 3

siamo seduti uno di fronte all’altra e io mi sto chiedendo qui come ci sono arrivata. gli sei affannosamente trotterellata dietro per tre stanze dopo essere schizzata fuori dall’ascensore, sghignazza la proiezione di me stessa, comodamente appoggiata a una parete dell’ufficio. e poi hai rischiato di farti trucidare dalla segretaria.
sospiro. il genio è quel tipo di uomo. quello che, avendo da fare in media per 36 ore al giorno, logicamente accelera. tutto. anche il semplice uscire da un ascensore, entrare in un ufficio, divorare il corridoio, lanciare al volo il cellulare alla segretaria dicendole di mandare una mail a quell’indirizzo scritto lì, riprendere subito il cellulare dichiarando che è scritto piccolo e che lei non ci vede, rilanciare il cellulare a me ordinando: dettaglielo tu che sei giovane e lo leggi, voltare le spalle nell’esatto momento in cui la segretaria, che in effetti avrà solo una decina d’anni più di me, mi rivolge uno sguardo di puro odio e di promettente futura vendetta, mentre io mi dipingo in faccia un’espressione tipo io che c’entro che vuoi da me l’ha detto lui e, ubbidiente, scandisco con tanto di spelling, a voce alta e chiara, sia mai che oltre che cieca sia pure sorda.
e poi lo seguo mentre schizza in una stanza che però non va bene che secondo lui fa freddo, e poi in un’altra stanza ancora che, ecco, siediti. mi siedo. fumi? fumo (e anche se non fumavo, iniziavo adesso). mi guarda. vediamo di capire questa che vuole e cosa posso farne di lei. l’interrogatorio inizia a raffica di mitra, e io cerco di tenere botta, mentre ogni tanto lancio uno sguardo allarmato alla proiezione di me stessa che commenta serafica, beh, se sopravvivi puoi darti ai cento metri.
sono in affanno mentale, adesso. sono abituata ad essere leggermente più veloce delle persone con cui lavoro. ma quest’uomo, perdìo, ha una capacità di elaborazione dati al microsecondo che nemmeno il processore di un computer della nasa. sto ancora a metà della prima frase di una risposta che lui è già schizzato tre discorsi più avanti, e io mi sto perdendo. in pochi secondi ha un’idea chiara del mio curriculum, delle mie potenzialità, della mia personalità, del mio passato e del fatto che, del suo campo, io non so niente. non ho mai lavorato in quell’ambito. nel settore genio, la mia esperienza è zero. e qui lo vedo rallentare per un attimo, sta dubitando. sì, talento ha talento, ma che ci faccio io con questa? qui mi gioco tutto. riprendo fiato, e passo all’attacco io. tiro fuori dalla borsa un altro progetto, oltre a quello che gli ho mandato per mail quando gli ho chiesto il colloquio. questo è ancora abbozzato, ma è tarato su di lui. esiste per affascinarlo, è stato creato appositamente per sedurlo. e poi gli spiego, gli impongo, che io devo lavorare con lui. devo. che sono perfetta per lui. e, ormai calibrata sui suoi ritmi, in due minuti gli rovescio addosso qualche migliaio di parole, forza, disperazione, entusiasmo e ferma, assoluta e inderogabile volontà. io. devo. lavorare. con. lui. gli posso essere utile. davvero. io sono davvero perfetta per te. e lui, placido, risponde, lo so. ho una certa, come dire, telepatia, io. guardo perplessa la proiezione di me stessa. beh, poteva usarla prima di impallinarti con mille domande in tre minuti, la certa telepatia, commenta lei caustica.
e poi il genio mi guarda, e fa la domanda. quella più ovvia. l’unica a cui non posso rispondere. ma tu, perché hai lasciato il tuo lavoro e sei venuta da me? ecco, mi dispiace, ma ora io ti devo mentire. mi conosci solo da pochi minuti, sto cercando disperatamente di farti una buona impressione, come faccio a dirtelo. che sono qui perché tre mesi fa l’universo in cui vivevo è imploso.

venerdì 23 dicembre 2011

la prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento

un emigrante resta emigrante per tutta la vita. continuerà a emigrare, ogni volta che tornerà a casa, ogni volta che lascerà casa di nuovo, perché il termine casa per lui sarà, nel migliore dei casi, sdoppiato; quando non annullato, privato di senso.
io mi ricordo un senso di sonno e sicurezza e freddo. partivamo col treno notturno, io e i miei nonni e mio cugino. la grande stazione della città in cui si era arrivati come seconda vita era la partenza; la piccola stazione del paese da cui si era partiti era l’arrivo. a due, tre, cinque anni è facile che fai confusione, che non ti è molto chiaro se stai partendo o stai arrivando, se casa la stai lasciando o ci stai tornando. poi, crescendo, scopri, come per moltissime altre cose, che per gli adulti è uguale.
comunque partivamo col notturno e siccome gli emigranti emigrano per sempre, avevamo con noi valigie e ceste e buste e borse e tutto che nemmeno fossimo stati quaranta, e invece eravamo in quattro, a volte solo tre. e siccome la grande stazione della capitale era davvero troppo grande e troppo aperta e troppo asettica e troppo grigia, allora era buio anche quando c’era ancora luce, ed era freddo anche se era estate. però andava bene, perché c’erano tutte quelle valigie e ceste e quindi un’intera vita che veniva con noi, e soprattutto c’era la parlata, che appena arrivati al binario era all’improvviso quella di sempre. funzionava così, che per mesi stavi nella città grande e parlavi la lingua della città grande, e poi una sera ti prendevano, ti portavano nella grande stazione, spostavano le valigie e i pacchi e le ceste sul binario del treno verso giù, e all’improvviso intorno a te si materializzavano decine, centinaia di persone che parlavano la lingua di giù. che era come essere già a casa, perché nella partenza, allora, casa doveva essere quella.
dove stava tutta questa gente nel resto del tempo? vivevano sempre al binario della stazione? non importava, andava bene così. siccome parlavano la lingua giusta, sapevi che si sarebbero comportati nel modo giusto, una volta saliti tutti sul treno. noi non viaggiavamo nei vagoni letto che costavano troppo, noi partivamo di notte ma stavamo sui sedili normali. io un vagone letto, ancora adesso, non l’ho mai visto. e negli scompartimenti normali c’era tutta quella gente che era la gente normale, che era diversa dalla gente della grande città dove avevi vissuto fino a poco prima e dove forse non tornavi, non lo capivi mai se si partiva per un po’ o si partiva per sempre. ma quella era gente normale e quindi aiutava i nonni a caricare tutte le valigie e i pacchi e le ceste e le borse e i nipoti, e poi ti parlavano normalmente, anche quando ti parlavano strano era normale. perché, picciotta, era una parola strana per la nostra provincia dove non si dice picciotta, si dice picciridda, e quindi era una parola strana, ma era lo stesso una parola normale perché sapevi che era il modo di dire di gente uguale, solo un po’ più giù col treno. quelli che scendono dopo dicono picciotto, noi che scendiamo prima diciamo picciriddu. nella città grande dove abbiamo vissuto finora e chissà se ci torniamo, non dicono in nessuno dei due modi, e quello è essere strani davvero.
e il viaggio era lunghissimo, e un po’ dormivo, ma soprattutto mangiavo, che siccome quella era gente normale la prima cosa che si chiedeva era se la picciridda aveva fame e perché non mangiava, o se voleva da bere, o se voleva giocare. e poi volevano sapere se me lo ricordavo il mare, e io lì mi ricordo che mi illuminavo, che, sì, certo che me lo ricordavo, il mare. me lo ricordavo così bene che dopo ore e ore di viaggio, anche se magari fino a un secondo prima stavo dormendo, aprivo gli occhi immediatamente quando sentivo il rumore di villa. perché villa san giovanni era un rumore prima ancora che una vista, e poi diventata un odore, era l’odore del mare che già si sentiva. e non ci spaventava mica tutta quella serie di rumori strazianti del treno che entra a pezzi nel traghetto (draghetto, dicevo io, che poi per tutta l’infanzia non ho mai capito che problema ci fosse a essere mangiati dai draghi nelle favole: il drago ti mangia e tu semplicemente torni a casa), e non ci spaventava mia nonna in ansia che non dovevamo perderci nel draghetto e dovevamo ricordarci la porta e la scala giusta che altrimenti come ci tornavamo sul treno, sul vagone nostro. si saliva e si guardava e quello era il nostro mare, e restavamo sul ponte, e faceva freddo, a quel punto, a quell’ora, davvero, e aspettavamo finché non si vedeva la madonnina dorata del porto di messina, e quando la vedevi eri arrivato. certo, dovevi tornare nella pancia del draghetto e poi il treno aveva tutto un altro pezzo di viaggio da fare, non eri proprio arrivato arrivato, ma anche se non eri proprio arrivato arrivato, eri in qualche modo arrivato davvero.

mercoledì 16 novembre 2011

incipit 2 - nove anni prima

il mese era lo stesso. ma la città bianca era diversa. erano ancora i tempi in cui esisteva un’estate della città bianca, quattro mesi di cultura in cui ogni sera potevi scegliere fra decine di concerti, spettacoli, presentazioni, film. era tutto così pieno e assodato e normale che non ci avrebbe creduto nessuno, se una cassandra avesse previsto le estati di qualche anno dopo. quando la nuova marcia sulla città bianca si sarebbe tradotta nella desolazione estiva di un niente abbandonato, silenzioso, buio e insicuro.
quella sera lì, c’era la presentazione di un libro nella piazza principale del quartiere aldilàdelfiume. e lei c’era andata da sola, perché lo amava tanto quello scrittore, e non lo voleva condividere con nessuno.  si era seduta in terza fila, nel gruppo di sedie a sinistra, verso l’esterno. la presentazione era iniziata. lo scrittore parlava, e a un certo punto si era interrotto, per salutare qualcuno in fondo. qualcuno che lei da lì non vedeva. qualcuno di importante, si era capito dal tono e dall’appellativo con cui gli si era rivolto lo scrittore, che lo aveva invitato a salire sul palco. lei, dalla sua sedia esterna in terza fila, aveva aspettato che quel qualcuno, che non era stato nominato, passasse, per scoprire chi era. e quando finalmente era passato, diretto verso il palco, aveva pensato: wow, il genio. e subito dopo: wow, in giacca e cravatta in una sera così calda, vedi come la gente importante non abdica mai al suo ruolo, è per questo che è importante. ok, anche per questo.
nove anni dopo, si sarebbe ancora ricordata come era vestito, che taglio di capelli aveva, tutto quello che aveva detto sul palco, ma soprattutto lo sguardo con cui l’aveva fissata, dopo. perché, finita la presentazione, lei aveva indugiato per un attimo, accanto al palco. il libro lo aveva già, non le serviva comprarlo, né le andava di farselo autografare dallo scrittore, per scambiarci tre parole inutili che lui avrebbe scordato subito dopo. lei aveva indugiato per un attimo accanto al palco, mentre scivolava via, per guardare lui, la persona importante. e lui, il genio, se ne era accorto, e l’aveva fissata. bloccandola. e c’erano stati lunghissimi secondi di tempo immobile, in cui lui la fissava e lei era rimasta sospesa, di tre quarti, sconcertata da quello sguardo di attenzione totale e quasi feroce che l’aveva investita così.
e poi si era sganciata ed era sgattaiolata via.
e non lo aveva più rivisto.
finché, nove anni dopo, la sua vita era stata molto semplicemente, completamente, rasa al suolo, e mentre guardava il deserto che la circondava, lei aveva deciso che era arrivato il momento di ricominciare da capo, e ricominciare da lì.

lunedì 31 ottobre 2011

gargoyles

visto che in questa casa, tra alberi di natale nani sarcastici, bastoni della pioggia riflessivi, gerani in crisi esistenziale, fragoline imperialiste e divinità egizie che passeggiano in corridoio, mancava solo qualche gargoyle, gatto ha deciso di colmare la lacuna. il suo nuovo hobby è posizionarsi sul bracciolo del divano, impietrito, e dominare il panorama sotto di sé (per “sotto di sé”, si intende la sessantina di centimetri che separano il bracciolo dal pavimento). poi, come vuole tradizione, di notte si risveglia e impazza ovunque, ma questo lo faceva anche prima.
per bandini che si è appassionato alla vita sul balcone: gerundio presente ha subito la seconda potatura radicale causa parassiti ma resiste; la bella di notte è sempre più vivace e sicura di sé (saranno i tempi); ho del tutto involontariamente ucciso due piante di fragoline, una l’ho regalata, me ne restano altre due, che al momento fanno le vaghe: credo che i piani di conquista dell’universo siano rimandati a primavera. ah, parallel universe, il peperoncino, è morto, ma era nell’ordine delle cose, è una pianta stagionale. il funerale non verrà trasmesso in streaming, per evitare ondate di emotività fuori controllo da parte di erbe aromatiche varie che non l’avevano mai conosciuto e nemmeno sapevano chi fosse.
io, sono tre giorni che devo lavare i piatti nel lavandino del bagno, e l’idraulico non verrà fino a mercoledì. stamattina ho seriamente preso in considerazione l’idea di risolvere il problema della pulitura degli ortaggi facendo la doccia insieme alla lattuga.
stavo ripensando a un brano di j.k.jerome, in cui descrive la perfetta scena di un suo amico che interviene in una situazione un po’ caotica ma tutto sommato sotto controllo, per “fargli vedere lui come si fa”.
fino a sabato io avevo una delle due vasche del lavandino che scaricava male l’acqua, e l’altra che funzionava perfettamente. poi è arrivata una vicina di casa con uno sturalavandini e la frase “ti faccio vedere io come si fa”. da allora, aspetto l’idraulico e lavo le pentole in bagno.
prima considerazione: mai intervenire su un lavandino di sabato, e tanto più in un sabato di ponte: a meno che non siate voi stessi idraulici, siete fregati per minimo cinque giorni.
seconda considerazione: in ogni quartiere c’è almeno un dobermann. pensavo li tenessero per i ladri. errore. li tengono per i vicini di casa che sanno loro come si fa.
terza considerazione: la gente che sa lei come si fa, lo sa sempre sui tubi altrui, mai sui propri. e se ha qualche problema, chiama subito l’idraulico.

giovedì 20 ottobre 2011

si spegne la candela

del genio dell’ascensore che ti dice ti chiamo fra stasera e domattina e 24 ore dopo stai ancora lì ad aspettare e a chiederti se niente niente è affogato.
di quelli che, sorpresona, a roma in autunno piove, stato di calamità, che chi avrebbe potuto mai immaginare.
di chi ha fatto le fogne e di chi le dovrebbe gestire che alle sei di mattina sei svegliata dal rumore dello scarico del lavandino in cucina che siccome diluvia sta eruttando aria acqua e rifiuti assortiti.
della tua amica bloccata sul raccordo da tre ore che inizi a pensare di portarle una coperta e un panino; l’acqua magari no.
di quello con cui vorresti tanto lavorare ma che con tutte le proposte che potevi fargli sei andata a colpo sicuro su un argomento su cui ha appena rimediato una buca.
dei protagonisti della suddetta buca che fino a stamattina ti stavano tanto simpatici e ora ti auguri che ogni loro scarico in cucina in bagno e in ogni dove funzioni molto peggio del tuo.
dei pomeriggi di down che l’unica è tirare il fiato farsi un tè caldo guardarsi un film e menomale che hai una buona scorta di sigarette.
dei blog usati per lamentarsi, così non ti lamenti fuori.

giovedì 15 settembre 2011

incipit

le porte dell’ascensore si chiudono.
quando mi ha fissato il colloquio non gli ho mica specificato che soffro di claustrofobia. pensavo, arrivo, salgo le scale, suono, la segretaria mi introduce nel suo ufficio. non pensavo, lo incrocio fuori dal palazzo, ci presentiamo, entriamo insieme, chiama l’ascensore, mi tocca entrarci, è pure l’ascensore più lento del pianeta.
sono chiuse. sono chiusa. e pretende anche di parlarmi.
metà del mio cervello sta esclamando, ehi, è lui, è il genio, stai a mezzo metro dal genio, stai parlando col genio, se allunghi un dito puoi toccarlo (tieni le mani a posto).
l’altra metà del mio cervello sta mugolando, sono chiusa in un ascensore.
un neurone frenetico e disperato sta cercando di rispondere alle sue domande.
la proiezione di me stessa, quella che è stabilmente posizionata da qualche parte in alto a destra rispetto a me e mi osserva e mi giudica, è appoggiata alla parete dell’ascensore, rilassata, a braccia conserte, e sta commentando, gli hai appena risposto citando una frase di una canzone degli afterhours, vedi un po’ te.
è iniziata così. anche se no: è iniziato tutto nove anni fa. 

domenica 11 settembre 2011

fragoline, ultima frontiera

la pianta di fragoline è imperialista. si è lanciata alla conquista del terrazzo. produce degli inquietanti tentacoli rossi che puntano dritti verso qualsiasi cosa contenga un po’ di terra, mettono radici, fanno un’altra pianta e poi proseguono alla scoperta dell’universo, per arrivare là, dove nessuna pianta di fragoline era mai giunta prima. ora un tentacolo si sta dirigendo verso il geranio, gerundio presente, che è ovviamente terrorizzato. domani comprerò un po’ di vasi e li sistemerò intorno a quello di frau fragola; è giunto il momento di applicare delle tattiche di blocco, o, visto che kennedy va sempre di moda, di quarantena. 
nel frattempo l’aloe e l’alberello socievole hanno deciso per il coming out e vivono abbracciati; una scena che presumo mai e poi mai verrebbe trasmessa da certe reti televisive molto avanti. così avanti che stanno facendo il giro completo e stanno tornando al punto di partenza. 
le altre piante invitano gli amici, per cui ormai sulla ringhiera mi ritrovo i rampicanti di quelli del piano di sotto, di quelli accanto, di chiunque. ogni tanto guardo il terrazzo e mi vengono in mente i documentari su come sarebbe il pianeta se questa inutile specie di parassiti che lo abita finalmente si estinguesse. poi mi viene un dubbio. poi penso ad altro.

domenica 28 agosto 2011

Δεν ελπίζω τίποτα, δεν φοβάμαι τίποτα, είμαι λεύτερος. (Νίκος Καζαντζάκης)

pianta di fragoline ha fatto la sua prima fragolina. da seme di bella di notte è spuntato il germoglio. gerundio presente ha i parassiti. i gerani mi faranno impazzire.
tra una settimana devo ricominciare una nuova vita. quando mi viene paura, ripenso a come mi sono sentita quando ho realizzato che non avevo più niente. bene. mi sono sentita bene.
anche se ancora temo e ancora spero, e quella scritta lì ce l’ho su una maglietta che ho comprato in grecia a 18 anni, e cercavo di parlare con la madre del proprietario del negozio in greco antico, e ovviamente non capivamo niente. e mesi fa su un autobus una liceale ha detto alla sua amica che doveva studiarlo bene l’ottativo, perché altrimenti un giorno, da grande, se ne sarebbe pentita.
mi sentirei di dire, ma anche no. ma in effetti io non sono grande, e quindi.