giovedì 30 giugno 2011

fote

lui sulle scale che le sorride quando la vede uscire, e le dice, allora funziona, ti stavo chiamando con la telepatia.
lui sul marciapiede con un sorriso tirato, di qualcosa che si sta infrangendo, una piccolissima crepa inarrestabile.
lui di spalle con quel cappotto strano, un po’ curvo in avanti, mentre cammina verso l’uscita del parco senza voltarsi.
e anche questo album lo si chiude e lo si mette via.

venerdì 27 maggio 2011

an’ it ain’t no use to sit and wonder why

e altre volte semplicemente si scrive per parlare con chi non si può. come gli spazi vuoti che si susseguono negli anni e la vita scorre e sono sempre di più, e vengono riempiti da un dio anubi in corridoio, da un elefantino viola che gioca a carte con un cuscino, da una poltrona verde che chiacchiera con un bastone della pioggia, da un albero di natale nano che lo sa e ti guarda sarcastico.
ed è lo stesso, lo stesso spazio lasciato vuoto, lo stesso silenzio che si copre raccontando magari che ci si sveglia e si sale su una diligenza e si attraversa il far west e poi ci si inoltra nelle miniere sotto terra e poi si risale e cammina cammina si incontra la strega di biancaneve e l’epopea dei divani e tutto il resto, tutto un post o un racconto o quello che vuoi che è semplice vita trascritta in codice, e il codice serve solo perché a parlarne, noi, di quello che succede, dei racconti deldìo, dei pasticci, dei divani, a parlarne, noi, ci saremmo divertiti. ma noi non parliamo più.

mercoledì 27 aprile 2011

aspirina mon amour

domenica un’entità di probabile origine extraterrestre (ufi) si è infiltrata dentro la mia testa, e poi ha passato tre giorni a picconarmi il cranio dall’interno. oggi mi sento molto meglio, riesco addirittura a stare davanti al computer per dieci minuti consecutivi senza quella singolare sensazione di espulsione del cervello attraverso i pori del cuoio capelluto (ok, non è una bella immagine; ma quella che avevo visualizzato prima, su orbite e tappi di champagne, era peggio).
per festeggiare il fatto che riesco a stare in piedi e addirittura muovere qualche passo senza vomitare, sono uscita e sono andata dalla pecora-drago. che non c’era. al suo posto ho trovato quattro leoni bianchi, una manciata di galline e un cartello con su scritto, avevi detto che d’ora in poi te la saresti cavata da sola. ho scritto sotto, hai presente il finale di quella striscia dei peanuts in cui lucy van pelt dichiara al mondo, io sono mia? ecco.
poi, mentre strisciavo attraverso il parchetto dello spaccio per rinnovare le scorte di yogurt al limone e aspirina, mi sono trovata davanti lo spirito di tochiro oyama. gli ho chiesto la sua opinione riguardo quella faccenda dello stare seduti sulla riva del fiume aspettando che passi il cadavere del proprio nemico. mi ha detto che innanzitutto è un ambiente un po’ umido; che il problema non sono tanto i cadaveri che hai di fronte quanto i vivi che hai alle spalle; e che almeno, se proprio non ho niente di più interessante da fare, mi conviene preparare una buona scorta di sake. ho chiesto se il whisky va bene uguale. comunque, ho deciso che è meglio se mi siedo sulla riva del mare, senza aspettare alcunché.

mercoledì 13 aprile 2011

alba. amici comuni recensiscon sconfitte.

alle sei di mattina c’è già luce, nonostante il cielo sia coperto. tira vento. preparo il caffè, guardo fuori dalla finestra. il giovane ulivo che cresce davanti casa mia agita i rami sottili col vento. sembra stia facendo la ola. poi lo osservo meglio; in realtà, sembra stia ballando ymca.
mi sento ancora addosso, in bocca, nello stomaco, il pranzo di ieri. mi spremo un limone. ho un atteggiamento nei confronti dei limoni (sotto forma di yogurt, di alcool, di spremuta pura senza zucchero, soprattutto) che tende a far rabbrividire gli umani. bevo il mio limone spremuto, davanti alla finestra. se non si riesce a disinfettarsi il cuore, almeno si può fare un tentativo con il colon. guardo il vaso dei gerani. passato è stato sconfitto da un parassita, futuro dall’ultima gelata. esattamente come me.
mi telefona la mia amica. in questi giorni mi chiama in continuazione, per controllarmi. la settimana scorsa mi ha telefonato a mezzanotte, per sapere se dormivo. poi mi ha tenuta al telefono per due ore. in effetti, alla fine avevo sonno.
mi chiede, come va. le dico, l’ulivo davanti alla mia finestra sta ballando ymca. siamo a posto, commenta. siamo a posto. sì.

domenica 10 aprile 2011

pavimenti demoliti

ieri sono uscita e sono andata a piazza esedra; piazza della repubblica, per i non romani. ho sfilato con la manifestazione dei precari, da neodisoccupata (per scelta) ex precaria (per scelta di altri), vicino al camion che apriva il corteo. ho ascoltato discorsi sulla cultura, sui giovani, su tutto ciò che dovrebbe essere la base del futuro e invece è lo zerbino del passato. a un certo punto il camion si è fermato per qualche minuto ed io, per evitare la compressione, mi sono infilata nella rientranza del portone di un palazzo. sul portone c’era un foglio attaccato con lo scotch, con una scritta a penna. pavimenti demoliti. prestare la massima attenzione. ho guardato dentro, nell’androne. in effetti non c’era più il pavimento, solo calcinacci. poi ho guardato verso il corteo.
al colosseo, sotto il palco, ho incontrato un collega. mi ha chiesto, dov’è lui? ho fatto un cenno verso la folla, ho detto sorridendo, disperso. vero, disperso, disperso nella folla, ma non lì, e non in quel momento. mi sono allontanata dal collega per evitare altre domande, e dopo pochi metri ho incontrato un amico del disperso. ecco, perfetto. sorrisi, baci, l’imbarazzo di argomenti da evitare. ci salutiamo. decido che ne ho abbastanza di dispersioni, è meglio se me ne vado. torno indietro verso piazza del colosseo, evito il passaggio chiuso verso i fori imperiali, salgo le scalette e sfilo solitaria per colle oppio. pavimenti demoliti. continuo a pensare a quel foglio sul portone. di tutti gli slogan ascoltati, di tutti gli striscioni e i volantini letti, di tutti gli articoli e le opinioni e le analisi, a me resta questo, pavimenti demoliti. la scritta migliore, la più incisiva, il senso definitivo, di tutta la manifestazione.
pavimenti demoliti. esattamente questo.

giovedì 7 aprile 2011

goodbye my friend

sembrano il disegno della retta tangente una circonferenza. perché il tavolino, rotondo, è lì accanto, ma loro hanno sistemato le due sedie da una parte, uno di fronte all’altra. e si stanno vedendo per l’ultima volta e lo sanno, e lo sanno che tutto quello che c’è da dire è adesso, perché non ci sarà un poi.
ma non ce la si può fare, in una, due, tre ore, a chiudere i conti di tanto tempo e tanto amore, tanta distruzione e tanto tradimento. e accennano e sfuggono, e sanno che non possono risolvere e non c’è niente da fare, e poi c’è solo silenzio, e restano uno davanti all’altra, zitti, senza guardarsi se non di sfuggita, senza parlarsi perché vai a trovarle, parole che in tutto questo abbiano un senso.
e poi si sente, scusi?, scusi? e all’inizio la ignorano. ma lei insiste, scusi, ha una sigaretta. e la donna si volta in silenzio, e guarda quasi sconcertata questa tizia che si sta intromettendo con tanta leggerezza. e le vorrebbe parlare, dirle almeno un sì, prego, ma mica ce la fa a farsi uscire una parola, la guarda in silenzio e le allunga il pacchetto e l’accendino, e la tizia forse a quel punto vede e capisce, che proprio non era il caso, ma resta intrappolata lì con loro, in quella loro gabbia che per alcuni istanti sta imprigionando anche lei. e accende la sigaretta con movimenti nervosi, perché adesso vorrebbe proprio sparire, e poi ringrazia e si allontana, e lei a quel punto recupera tutto quello che può racimolare di sé e mormora, prego. e tornano uno di fronte all’altra e per un attimo sorridono, perché fa davvero un po’ ridere la tizia, la sigaretta, l’imbarazzo, la pessima scelta del tempo e dello spazio e delle persone. è stato buffo. e quindi fanno, contemporaneamente, l’ultimo sorriso. ed è peggio.
perché poi alla fine è questo il senso del perdere una persona. che resta uno spazio vuoto, che non sarà mai più riempito da un sorriso sfuggito a entrambi per qualcosa di buffo, buffo nonostante tutto, nonostante in quello che sta succedendo non ci sia nulla di divertente. che insieme, di tutto, non si sorriderà più.

lunedì 28 marzo 2011

primavera

è uno strano inizio di primavera. come lo ha definito penelope1, uno strano periodo, in cui c’è chi viene e c’è chi va. non che le persone non lo facciano sempre, di andare e venire, ma pare che in questi giorni nessuno riesca a stare fermo. così ci sono persone che sono andate via, qualcuno in modo alquanto drastico, e altre che sono arrivate, ma gli arrivi non sembrano mai definitivi quanto le partenze, e altre che invece stanno tornando, e non si capisce ancora bene in che posizione poi si fermerà il tragitto.
per dire, se n’è andato anche il decimo dottore, nelle repliche di doctor who, ed è arrivato l’undicesimo. che a me non piace. il decimo era perfetto. david tennant è in assoluto il mio doctor who preferito, che si sappia.
io ho lasciato definitivamente un lavoro, e siccome so che le chiusure definitive sono faticosissime, e la fatica tanto vale accorparla e smaltirla tutta insieme, già che c’ero ho lasciato definitivamente anche qualcos’altro. per quanto io abbia smesso da un po’ di fidarmi dell’avverbio “definitivamente”, che è alquanto incerto sul suo reale significato, e chi è incerto su se stesso poi provoca e porta incertezza anche intorno a sé, stavolta ritengo possibile che abbia un senso.
così stamattina invece di uscire ho disdetto un appuntamento, sono andata in camera da letto, dove non entravo da un po’ (negli ultimi giorni ho messo un materasso sul pavimento in soggiorno e ho dormito lì), mi sono seduta per terra e ho pianto. per quasi un’ora, credo, finché non è arrivato gatto, mi ha abbracciato un ginocchio e mi ha morso. e niente, ho smesso. non è arrivato david tennant a porgermi la mano e a invitarmi a salire sul tardis, me ne farò una ragione. però, mi sarebbe piaciuto. che poi lo so, che il problema principale del decimo dottore è stato questo continuo sentirsi dire “per sempre” (deve avere, con “per sempre”, gli stessi problemi che ho io con “definitivamente”) e invece no, ma io davvero con lui sarei rimasta per sempre.
allora sono tornata in soggiorno, un po’ in imbarazzo, perché è tanto tempo che non sento più il bastone della pioggia e l’albero di natale nano e la poltrona verde e tutti gli altri, ma io lo so che non sono loro che hanno smesso di parlare, sono io che ho smesso di sentirli. e però mi hanno riaccolta, come poi fanno sempre, e mi hanno detto che non c’è problema, che lo sapevano già, che lo sapevo anch’io. che lo avevo già scritto, che ci sarebbe stato un periodo in cui non li avrei ascoltati, ma poi sarebbe finito. e adesso, mentre scrivo, vedo di nuovo la mia ombra, l’ombra delle mie mani, sulla tastiera. prima non c’era. ma anche la mia ombra, come me, ha problemi con “definitivamente”, e quindi, certo che tornava. certo.
allora adesso sbrigo qualche pratica arretrata, di quelle di quando si lascia un lavoro, mail di saluti, nuovi recapiti, amministrazione; poi mi trucco, che sugli occhi gonfi non è un’operazione facile ma nemmeno impossibile, poi esco e vado a salutare. il lavoro. quell’altra cosa che ho lasciato, invece, quell’altro frammento di amore perso per strada, quelle parole usate male ancora una volta, che si sono di nuovo rotte, lì invece non saluto. perché, diceva marlowe, so long, amigo. i won't say goodbye. i said it to you when it meant something. i said it when it was sad, and lonely, and final.

venerdì 11 febbraio 2011

her red box of memories

nella mia vita c’è anche un armadio reale, tangibile, di legno, oltre a quello portatile con cui vado in giro e in cui mi rinchiudo quando serve. che poi a dire il vero ogni tanto mi chiudo pure nell’armadio di legno. comunque, nella parte superiore a sinistra dell’armadio reale c’è una scatola, e in questa scatola ci sono vari oggetti, un libro, qualche indumento, cose così. di recente, per lavoro, ho dovuto tirare fuori il libro. beh, non è stato male. stavo pensando, forse ora potrei lasciarlo fuori. immetterlo di nuovo nel flusso della vita che scorre, tenerlo fuori dalle scatole che conservano bolle di vita che si è interrotta.
poi mi sono chiesta quante scatole di questo tipo ho (al netto degli scatoloni del trasloco che dopo sei anni ancora non ho aperto), e credo che la maggior parte siano nell’armadio intangibile, quello portatile. e quindi io ogni giorno mi porto appresso parecchio pesantissimo casino. e siccome, come sa chiunque abbia fatto un trasloco, gli scatoloni coi libri sono quelli che pesano di più, credo sia un buon momento per togliere qualche libro anche da quegli scatoloni lì.

lunedì 10 gennaio 2011

le creme rinsavite

mica impazziscono. è tutto il contrario. cioè, voglio dire, tecnicamente funziona così.
c’è un composto di base che deve accogliere una certa quantità di un altro ingrediente. nel caso di una crema al mascarpone, per esempio, prima si fa la base di tuorli e zucchero, poi si aggiunge mascarpone. ora, la crema di uova e zucchero è in grado di accogliere una determinata quantità di mascarpone, che è finita, non infinita. se superi quella quantità anche di un solo grammo, si dice che la crema impazzisce. davanti ai tuoi occhi all’improvviso si scinde, si trasforma, ti manda a quel paese. ma non lo fa con astio, rancore, cattiveria. lo fa con calma e sensatezza. semplicemente hai superato il limite, e lei non ci sta più, se ne tira fuori. con suprema indifferenza. potesse, presumo si accenderebbe una sigaretta e ti guarderebbe con tranquillità. perché ora, solo, basta.
a me questo non sembra proprio “impazzire”. anzi.
(lo so che volendo il composto si stabilizza con gli albumi montati a neve. gli albumi montati a neve sono le colonne portanti della maggior parte dei rapporti e delle relazioni e delle situazioni di qualsiasi tipo. ma non funziona sempre, e non funziona per sempre. e soprattutto, se per far riuscire una crema che dovrebbe essere a base di tuorli, zucchero e mascarpone, sei costretto ad attaccarti a secchiate di albumi montati a neve, fidati, c’è qualcosa che non va).

venerdì 31 dicembre 2010

without any fear

la distanza tra un gatto e l’essere umano con cui vive tende ad essere direttamente proporzionale alla temperatura esterna: d’estate, il gatto se ne sta quasi sempre in un’altra stanza con aria accaldata e scocciata; d’inverno, è pressoché impossibile appoggiarsi un attimo da qualche parte, sedersi o semplicemente stare fermi in un posto per più di mezzo secondo, senza ritrovarsi una palla di pelo ronfante in braccio. questo sensibilissimo strumento per le previsioni del tempo, che contempla un’ampia serie di comportamenti a cui corrispondono altrettante condizioni climatiche, prende il nome di gattometro; e il mio in questi giorni segnala che è in arrivo un altro calo della temperatura.
quindi stamattina ho deciso di preparare psicologicamente le piante e ho aperto la finestra per avvertirle, ma l’ho richiusa un secondo dopo e ho pensato che in fondo potevo prepararle psicologicamente anche a gesti, dietro il vetro, appoggiata al termosifone. le piante sono ancora molto depresse dall’ultima gelata e le sto curando a psicofarmaci; il risultato è che sono un po’ accasciatelle, ma ogni tanto hanno guizzi improvvisi di vitalità che impiegano per sfottere i vicini.
in compenso l’albero di natale nano, che in genere durante le feste è di umore pessimo perché detesta il natale, ha letto il commento al post precedente, “albero di natale nano for president”, e gli si sono gonfiati tutti i fiocchetti. la lampada ha la sua nuova alogena, che sono riuscita a cambiare in soli tre tentativi, la poltrona verde è appesantita dai bagordi ma tiene botta, il bastone della pioggia conduce esperimenti silenziosi sul suono della neve, l’elefantino viola gioca a carte col dio anubi, io mi sto riappropriando, a piccoli tentativi e con calma, di me stessa. siamo, più o meno, sempre noi.