le dure si fanno tagliare i capelli, vanno dall'estetista e cercano scarpe nuove.
e chiacchierano con la persona più bella che abbiano mai conosciuto, anche; il che forse influisce in parte sull'andare dal parrucchiere, dall'estetista e sul cercare scarpe nuove.
forse.
martedì 30 giugno 2015
domenica 31 maggio 2015
città dolente - the beginning
(notte fra venerdì 17 e sabato 18 aprile).
c'è chi va incontro al suo destino a testa alta e chi con la coda tra le gambe. c'è chi va incontro al suo destino con coraggio, chi con paura; chi cercando di opporsi, chi facendo finta di nulla; chi ostentando sicumera, chi rifiutando quello che accade. ognuno va incontro al destino a modo suo. io sto andando incontro al mio destino contromano.
quello che per il momento mi lascia serena e tranquilla è che, punto primo, non ho la minima idea di stare andando incontro al mio destino, il che si rivelerà un po' un problema, sulla media distanza. punto secondo, non ho nemmeno la più pallida idea di essere contromano. il che rischia di rivelarsi un enorme problema, sulla breve distanza. che poi, breve. siamo pur sempre lungo una statale.
in macchina, nel buio di una notte tra venerdì e sabato (e mai più nella vita sottovaluterò un venerdì 17), siamo semplicemente convinti di stare andando incontro a un pronto soccorso. non c'è dubbio che imboccare una statale contromano, di notte, sia un ottimo modo per finire al pronto soccorso. ma, potendo scegliere, sarà una questione di understatement, io preferirei qualcosa di più placido e discreto. tipo, accorgersi di essere contromano, raddrizzarsi e arrivare in ospedale interi. spoiler: andrà così.
il motivo per cui stiamo andando al pronto soccorso è che negli ultimi mesi ho collezionato più malattie di un'enciclopedia medica. a dire il vero, negli ultimi mesi, ho solo manifestato tutti i sintomi di un'unica malattia. però non lo sapevo. in questo momento della storia, continuo a non saperlo.
dermatite. una dermatite è una dermatite, nessuno va a pensare che sia correlata a una malattia neurologica. a meno che non si stia sviluppando lungo un nervo tibiale la cui funzionalità è compromessa da una patologia. ma io, adesso, non ne so niente né di patologie neurologiche né di nervi tibiali. francamente, non sono nemmeno tanto sicura che quella roba rossa a puntini sulla mia gamba sia una dermatite. anni fa un gatto mi ha attaccato la tigna, e il mio medico mi ha avvertita che, essendo la tigna, coerentemente, tignosa, può tornare in qualsiasi momento.
congiuntivite. la congiuntivite è solo congiuntivite. se è congiuntivite quella roba per cui vedi appannato, e non la prima manifestazione di una neurite ottica.
percezione del caldo. se sono dieci anni che litighi con la tua caldaia quando fai la doccia, la diagnosi sarà, quell'affare ha di nuovo problemi di pressione (il che peraltro è anche vero).
ipoestesie e parestesie a carico di entrambe le gambe dalle ginocchia in giù, con turbe della deambulazione e disturbi dell'equilibrio. ok, d'accordo, questo è strano. infatti il mio medico ci ha pensato su e poi ha detto, mi sa che hai un'ernia del disco. per la cronaca, no, non ce l'ho l'ernia del disco.
trombosi venosa a carico della safena. diagnosticata a ottobre, sono in lista d'attesa per la preospedalizzazione e l'intervento da gennaio. sto andando al pronto soccorso dell'ospedale dove attendo di essere operata, perché mi fa male la gamba, ho paura di avere una flebite e ho pensato, andiamo lì, così magari il medico di pronto soccorso chiederà un consulto a chirurgia vascolare.
tra due ore infatti il medico di pronto soccorso chiederà un consulto. solo che non si tratterà di chirurgia vascolare. chiamerà neurologia.
non so se tra le domande di bandini ci fosse, com'è cominciato. comunque, è cominciato così. contromano.
venerdì 29 maggio 2015
città dolente - finché non ci sbatti il muso
l'uomo in uniforme verde, la donna in pigiama e vestaglia bianchi a motivi blu. seduti sui gradini di una scala
esterna, a fumare. è l’una di notte. l’uomo in verde fuma perché aiuta a
restare sveglio quando ha la lunga, anche se dopo tanti anni, dice, è abituato,
non fa nessuna fatica. la donna invece fuma perché non ci riesce, a dormire.
perché quando ti viene diagnosticata una malattia neurodegenerativa, per quanto
di giorno il tuo umore tenga benissimo, di notte all’improvviso si creano delle
crepe. sono molto sottili, ma grandi abbastanza perché una parola
bidimensionale come sclerosi ci scivoli dentro.
in questa fase la donna non la
usa ancora. finché non usi le parole non impari a controllarle. per qualche
giorno, anche dopo che sarà stata dimessa, continuerà a non usarla. la sua
malattia ha molti nomi; non è una forma particolarmente nota, non è quella che
fa paura a tutti e che tutti conoscono, non è nemmeno quell’altra, che fa
ancora più paura. può usare altri termini e nessuno capirà di cosa si sta
parlando. le ci vorrà almeno una settimana per iniziare a dirlo. le ci vorrà
ancora più tempo per iniziare a scriverlo.
ma in questo momento, seduta sui
gradini a fumare con un infermiere, non ha necessità di usare parole che ancora
non ha assorbito. gli infermieri tanto lo sanno. gli infermieri sanno tutto. il
reparto è loro. il medico ti cura, l’infermiere si prende cura di te. in un
reparto come neurologia, non è davvero un dettaglio. qui ci sono persone che
non riescono a parlare e muoversi, anziani che non sono autosufficienti, adulti
che devono fronteggiare roba strana. e pesante.
e poi ci sono donne che
ciondolano in vestaglia bianca a motivi blu e, non sapendo bene come impiegare
il tempo tra una risonanza e un’elettroneurografia, cazzeggiano. che è sempre
una nobile attività. può succedere di essere l’unica in quella fascia d’età in
tutto il reparto. l’unica che riesce o che vuole camminare per chilometri. l’unica che fuma.
l’unica che ci tiene ad arrivare al bar da sola, la mattina, anche se per fare
trecento metri in questa fase le ci vogliono venti minuti. all’andata.
altrettanti al ritorno.
gli infermieri qui devono essere
in grado di rifare un letto e di assistere un neurologo durante una
rachicentesi. devono essere capaci di aiutare una signora totalmente
paralizzata e di far ridere una tipetta in vestaglia, che la mattina, appena
sveglia, ha i muscoli talmente irrigiditi che ai primi passi che fa in
corridoio viene salutata da un infermiere con un allegro, ciao, zombie. e lei
scoppia a ridere perché, si rende conto, è vero, appena sveglia cammina proprio
in quel modo.
gli infermieri non sono matti, ne
sanno molto più dei medici sui pazienti. sanno con chi possono farlo e con chi
no, sanno a chi questa cosa farà bene. a lei fa bene. anche dopo che sarà stata
dimessa, le mattine particolarmente dure, quando alzarsi e iniziare a muoversi
sarà un disastro, le verrà in mente una figura in verde che le dice, ciao,
zombie, e ricomincerà a ridere.
la gente non lo sa, dice l’uomo
in verde. le ha appena detto che il loro non viene considerato un mestiere
usurante. lei lo ha guardato sconcertata. lo vede tutti i giorni, il culo che
si fanno, dal lavare e cambiare i pazienti al fare i prelievi all’assistere i
medici al far seguire le terapie all’accorrere appena premi il pulsante rosso,
per qualsiasi motivo, a, semplicemente, tutto. compreso far ridere le persone
di prima mattina. compreso far loro compagnia all’una di notte. ma la gente non
lo sa, dice l’uomo in verde. la maggior parte pensa che gli infermieri non
fanno niente. sai quando se ne rendono conto? quando, purtroppo per loro,
stanno male e devono essere ricoverati. allora iniziano a capire. ma, scuote la
testa, finché non ci sbatti il muso, e non completa la frase.
la donna lo guarda in silenzio.
tra circa cinque ore verrà svegliata, ammesso che nel frattempo sia riuscita ad
addormentarsi, da un infermiere che le farà un prelievo. poi un infermiere le
dirà se e quali esami ha in giornata, se potrà o no fare colazione. se dovrà
fare un esame pesante, l’infermiere controllerà per tutto il giorno come sta,
se sta avendo problemi col mezzo di contrasto, se è il caso che provi a
mangiare dopo la gastroscopia, le spiegherà come comportarsi per limitare i
postumi da rachicentesi. nel frattempo le rifarà il letto. le porterà l’acqua,
e una cannuccia, se non riesce a muoversi. le farà l’iniezione e le farà
prendere la prima compressa e le farà prendere la seconda compressa. sarà lì
anche se semplicemente a un certo punto le scenderà giù una lacrima.
finché non ci sbatti il muso.
mercoledì 13 maggio 2015
città dolente - so long
mentre aspetti su una panchina che ti vengano a prendere per portarti via, con il tuo borsone pesantissimo e il carico dei giorni di ricovero che pesa così troppo di più, ti passa davanti il medico che d'ora in poi ti seguirà per sempre. finché morte, o pensione, non vi separi. ti sorride, dice, l'hanno rilasciata. rispondi ridendo, sì, per buona condotta.
questo te lo puoi concedere. sei stata infilata due volte dentro un tubo stretto e rumorosissimo. ti hanno dato scariche elettriche alle gambe e alle braccia, e il giorno dopo ti hanno ridato scariche elettriche più forti. ti hanno impiastricciato i capelli con la colla che bloccava i sensori. ti hanno costretta a fissare quadrati e quadratini. ti hanno tolto il sangue tutti i giorni, anche due volte al giorno. ti hanno infilato dei tubicini nelle braccia, un tubo nella gola per prelevarti un pezzo di stomaco, un ago nella colonna vertebrale per tirarti fuori tre campioni di liquido. ti hanno svegliata alle sei di mattina e ti hanno fatto cenare alle sei di pomeriggio. ti hanno presa a martellate e punta e rivoltata e studiata e analizzata e indagata. ti hanno fatto regredire all'infanzia, loro adulti onniscienti a decidere il bene e il male e tu piccola costretta a stare in pigiama e vestaglia e seguire i loro ritmi e prendere le loro medicine e adeguarti alle loro regole. non hai mai protestato. hai pianto solo due volte, una notte perché stavi male e poi quando ti hanno fatto il prelievo con la puntura lombare, in silenzio, solo per paura.
hai riso tantissimo. ti sei divertita come la bambina che ti hanno fatto ridiventare, quando ti spostavano da un reparto all'altro in carrozzina. eri raggiante quando l'infermiere della risonanza magnetica ti ha regalato un camice verde. hai fatto ridere gli infermieri del turno di notte con le tue disavventure con le medicine. hai fatto sorridere la tua prima vicina di stanza, che non poteva parlare né muoversi, quando l'hanno portata via per spostarla in una struttura di riabilitazione. vi siete abbracciate con la tua seconda compagna di stanza, le hai promesso che domani passi a trovarla.
quando la macchina è arrivata hai detto arrivederci e non addio. non tanto, e non solo, perché dovrai tornare, e tornare di nuovo, e tornare ancora. ma perché hai detto addio quando aveva un senso. i said it when it was sad, and lonely, and final.
quando la macchina è arrivata hai detto arrivederci e non addio. non tanto, e non solo, perché dovrai tornare, e tornare di nuovo, e tornare ancora. ma perché hai detto addio quando aveva un senso. i said it when it was sad, and lonely, and final.
venerdì 10 aprile 2015
white folks' blues
(o del grande privilegio di essere cresciuti negli anni '80. un decennio con qualche ombra, ok, ma anche parecchie luci; tipo, il palinsesto di, se non erro, rai2, con le sei stagioni di saranno famosi).
(replicate un bel po' di volte, ma mai abbastanza).
Leroy Johnson to Elizabeth Sherwood, "Fame", season 2, episode 01.
- I don't mean to put down who or what's hurting you, but you have what I call "white folks' blues". Yeah. See... Black folks, they know all about the blues, you know what I mean? They know that it's just a part of the whole deal. It seems to me that when the blues come around, white folks get scared, they don't get into it. It seems like they save everything up for one big bad time. And then they go through what you're going through right now.
- You're amazing.
- Nobody gets it all. Martelli can't act. Amatullo don't dance. You can't be perfect and happy all the time.
martedì 31 marzo 2015
il silenzio e la pazienza
mi piace che quello che dovrebbe portare la cura, lo possa portare anche la malattia.
mi piace il sollievo nella voce di chi mi parla quando sente che sto bene. mi piace che mi sia stata regalata una carezza su una guancia. e una torta di mele.
mi piace che non sto subendo il tempo e l'attesa anche quando qualcuno mi manca. mi piace imparare a farmelo mancare, e oltrepassare piccoli limiti di nostalgia ogni volta.
mi piace non sentire necessario il rispondere. mi piace non essere io a chiudere, mi piace essere io a sospendere.
mi piace che in questo tempo dilatato ricordo ogni telefonata. mi piace il numero 27.
mi piace che si riesca a parlare e a scrivere.
mi piace scoprire i tempi di un altro e saperli accettare. mi piace capire che non sono solo i miei, il silenzio e la pazienza.
sabato 28 febbraio 2015
life is what happens to you while you're busy making other plans (john lennon)
molti anni fa una persona mi chiese per quale motivo mi alzavo ogni mattina. perché alla lunga ci si stanca di stare a letto, fu la mia risposta. quella persona stava attraversando un periodo un po' particolare, in cui aveva una forte necessità di motivazioni, quindi decise di insistere: perché, per chi, per quali sogni, per quali ragioni, per qualcuno, per qualcosa, per. io pensai, per me.
nei film, nei libri, nelle serie tv, a volte c'è un qualche personaggio che se la passa maluccio, e se ne parte con lunghi monologhi sul perché non vuole morire: perché è giovane, perché ha tanti sogni da realizzare, tante persone da incontrare, tanti posti da vedere, tante cose da fare. beh, non è così. l'unico vero motivo per cui una persona non vuole morire, è semplicemente che vuole vivere. se hai paura di morire il punto non è che non sei ancora andato in giappone, c'è un concerto che non vuoi perdere, ti piacerebbe iscriverti a un corso di cucina. se hai paura di morire ti va benissimo l'idea di continuare a stare sul divano a leggere fumetti e mangiare patatine e bere birra, di passeggiare senza scopo, di chiacchierare al telefono con una sconosciuta operatrice balbuziente di un call center che ti propone un'assicurazione per due anni. perché, se hai paura di morire, li vuoi, quei due anni. e ne vuoi molti altri dopo. e non pretendi che siano anni straordinari. ti basta che ci siano.
questo è il genere di cose che magari si capisce, paradossalmente, nello stesso periodo in cui ci si sveglia la mattina e ci si ritrova ad avere dei motivi ben precisi per alzarsi. quando capita all'improvviso di avere un sogno da realizzare e una persona da rivedere, un posto dove andare e delle cose da fare, una telefonata da aspettare e una voce da riconoscere e uno sguardo a cui sorridere.
perché la vita è quello che succede che tu stia facendo altri piani o che non ne stia facendo nessuno, se non che vuoi che continui a succedere.
venerdì 2 gennaio 2015
the best i've ever had
ho sostituito la foto dello sfondo della scrivania del mac. prima c'era uno sfondo bellissimo, il decimo dottore, il tardis, una galassia. però sabato mi è stata regalata la foto di un fiore, scattata in giappone, in pieno inverno. il primo fiore a sbocciare.
è uno strano periodo in cui si parla di morte e di sogni e i punti fissi nella linea temporale sembrano ben poco fissi. faccio molta fatica a fare tutto, e quindi faccio solo quello che mi va o che è necessario. che è un buon modo per scoprire quante cose normalmente si fanno controvoglia, anche se non sono necessarie. non è solo fatica fisica. anzi. quella è la parte più facile. mi pesano gesti, decisioni, parole. quindi parlo il meno possibile, decido il minimo, mi muovo solo se davvero voglio.
devo aspettare e non mi pesa. ci sono conseguenze al mio non parlare e non mi pesano. siccome non sono in grado di portare pesi, non li porto. siccome non posso caricare, non carico. siccome non sono in grado di spiegare, non spiego.
quando accendo il mac, sono ancora abituata ad aspettarmi uno sfondo scurissimo; e il cielo azzurro e i rami sottili e i boccioli rosa e un fiore bianco ogni volta mi sorprendono.
e ne sono grata.
martedì 23 dicembre 2014
i find it kind of funny
non lo so. se siamo stati capaci almeno di non fare male, se non di fare bene. se siamo stati in grado di essere carezza di una mano che semplifica, o se abbiamo complicato, e carezza non siamo stati affatto. ma la sera di venerdì me la ricorderò.
(grazie).
(grazie).
domenica 30 novembre 2014
nella città dolente
quando varchi il cancello tutto diventa grigio e i suoni si spengono e tu ne fai parte e ti confondi e ti mischi e ti assembli e non sei cittadina in terra straniera ma parte integrante del tutto. superi il consueto gruppo di vigili che chiacchierano e ridono di risate prive di sonoro e ti muovi sicura lungo le strade di una città che conosci e costeggi gli edifici e punti verso il tuo senza perderti. superi tuoi simili senza osservarli realmente, sai che si stanno muovendo e stanno parlando ma non hanno davvero gesti né voci né identità, sono altri abitanti di questo posto che spegne tutto e conforma e sfuma.
nell'atrio del tuo edificio riconosci i nuovi perché aspettano l'ascensore di sinistra che non arriverà mai, è fermo da chissà quanto tempo all'ultimo piano, settimane, mesi, nessuno ha mai messo il cartello guasto. l'ascensore di destra in genere è un via vai di barelle, lasci passare quella appena scesa dall'ambulanza all'ingresso, routine. raggiungi le scale interne e prendi l'ascensore degli specializzandi, è vuoto, sali, hai una nuova dottoressa, la tua è in malattia.
ti guarda la grande macchia viola sulla pancia. la tua pancia ha tollerato trenta iniezioni, alla trentunesima non ce l'ha più fatta, il risultato è stato la grande macchia viola. ti dice che sei migliorata. ti dice che ti sospende le iniezioni. ti dice che ti passa a una terapia orale per trenta giorni. la guardi incredula. niente più iniezioni, ti chiedi. ti spiega quante compresse devi prendere, quante volte al giorno, niente più iniezioni, le chiedi, lei conferma, va avanti, ti spiega quando devi tornare, niente più iniezioni, ti ripeti, esci, la dottoressa e il primario parlano della tua operazione, non ti interessa, niente più iniezioni, senti solo questo.
prendi l'ascensore degli specializzandi e scendi e hai un'incertezza e percepisci che sei in qualche modo scollegata e qualcosa ha spezzato in parte per un attimo il legame con questo posto e parli al telefono e ridi e sei distratta e non capisci esattamente quando è stato che hanno inventato il colore e quando riattacchi scopri le tonalità di verde e azzurro e rosa e bianco e ti arriva per la prima volta il sonoro e il sonoro è una donna che piange. piange e parla con un medico e piange senza isterismi senza picchi senza acuti senza nulla che sia strano piange nella normalità come se fosse la sua lingua e più avanti c'è un'altra donna che piange al telefono e tu ridevi al telefono prima e ti chiedi perché all'improvviso la gente piange e capisci che non è all'improvviso, è solo che ti sei staccata leggermente, che quando ne fai parte del tutto non lo noti perché non si nota come anormale qualcuno uguale a te che parla la tua lingua e vive come te. cammini verso l'uscita e noti molto bianco e senti il suono del tuo bastone sull'asfalto e oltrepassi il cancello e non ti volti perché tanto è inutile non stai dicendo addio a nulla e quando tornerai sarà di nuovo grigio e senza sonoro perché le persone saranno diverse e sarà comunque la stessa perduta gente.
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