lunedì 9 luglio 2012
sabato 30 giugno 2012
cucchiaino
(5 6 2 13)
mezzo minuto di raccoglimento.
(la soluzione dell'esposto, cosa sono io per te, è, un gioco con cui vuoi giocare finché non esiste.
io per te vado bene per gioco, per finta, per licenza poetica.
ma nella realtà non posso esistere.
e questo è il motivo per cui ora non sei qui.
è così semplice).
mezzo minuto di raccoglimento.
(la soluzione dell'esposto, cosa sono io per te, è, un gioco con cui vuoi giocare finché non esiste.
io per te vado bene per gioco, per finta, per licenza poetica.
ma nella realtà non posso esistere.
e questo è il motivo per cui ora non sei qui.
è così semplice).
giovedì 31 maggio 2012
giochi
gli enigmisti non vincono. in
quasi tutti i giochi si vince o si perde. l’enigmistica non prevede vittoria o
sconfitta, l’enigmista non vince e non perde, l’enigmista o risolve, o non
risolve. e anche quando non risolve, semplicemente non ha risolto per il
momento, ma può risolvere più tardi.
la differenza fra noi è questa. che siccome tu giocavi al tuo gioco, io ho perso. mentre se io gioco al mio, non perde nessuno.
lunedì 30 aprile 2012
il coraggio non mi manca. è la paura che mi frega (jolly jumper)
ieri mattina ho provato un metodo alternativo per
scendere le scale: consiste nel riempirsi di graffi e lividi, spezzarsi
un’unghia e rischiare di lasciare vari pezzi di se stessi lungo i gradini. una
evidente mancanza di rispetto nei confronti di chi si occupa delle pulizie
condominiali, me ne rendo conto.
ieri sera mi sono chinata per prendere una cosa e
quando mi sono rialzata ho dato una testata spettacolare contro il muro, tipo
che il tonfo deve essere rimbalzato tra le pareti per un bel po’, non lo so
perché sono stata rintronata per mezz’ora. poi mi è venuto un dubbio e ho
controllato l’oroscopo del mentore del signore degli oroscopi. diceva che devo
stare attenta, che venere è entrata in leone, il che mi rende distratta e a
rischio incidenti. mi sono ricordata che io venere in leone ce l’ho proprio nel
quadro astrale, io è da quando sono nata che ho venere in leone. il che spiega
molte cose.
per il resto, fragolina rulez: l’avevo data per
spacciata dopo che era rimasta seppellita sotto trenta centimetri di neve,
invece è rinata da non si sa dove, è più in forma e arzilla che mai ed è pronta
a riprendere i suoi piani per la conquista del pianeta. il geranio, gerundio presente,
dopo aver passato le due settimane di neve nella doccia (beh, non sapevo dove
altro metterlo) è quadruplicato di volume e ha deciso che lui da grande vuole
fare il baobab. gli altri stanno tutti bene. io ho un bozzo in testa, tra le
altre cose.
sto elaborando la teoria che gli universi implodano a
marzo ed esplodano ad aprile. a maggio, se sopravvivo a venere in leone,
vediamo quanto venere riesca ad essere in leone davvero.
giovedì 8 marzo 2012
eclissi
ieri
mattina hanno suonato al citofono. ho risposto. una donna mi ha chiesto se
secondo me il mondo poteva essere migliore. le ho detto, sì, il mondo sarebbe
sicuramente migliore se voi borg la piantaste di citofonare alla gente di prima
mattina. o anche in qualsiasi altro orario. lei ha risposto, resistance is
futile, you will be assimilated. le ho detto, certo, certo, intanto iniziate a
pagare l’ici sui cubi, e ho riattaccato. poi, a dirla tutta, che la resistenza
è inutile l’hanno detto prima i dalek, come sa ogni fan del doctor who. tipo
l’albero di natale nano. da quando ha visto lo speciale the runaway bride, dove
un albero di natale (non nano) spara pallocche rosse natalizie esplosive, ha un
nuovo mito e una nuova missione. il che è lievemente preoccupante, visto che
vive nel mio soggiorno.
poi
sono uscita e ho attraversato il parchetto dei tossici, per incontrare il mio
pusher di yogurt al limone. il parchetto dei tossici è pieno di alberi di
mimosa, che ieri avevano un’aria alquanto preoccupata. sarei preoccupata
anch’io, se fossi un albero di mimosa il 7 marzo, presumo.
stamattina
ho finito l’editing dei capitoli fino all’11, e ho osservato preoccupata il 12.
è l’ultimo, e mi ha sempre terrorizzata, perché io in effetti le idee chiare
sulle ombre mica ce le avevo. fino a mezz’ora fa, quando, non so bene come,
credo per gentile intercessione della mia ombra, ho capito. ho capito cosa
succede a dicembre, cosa combina l’eclissi, e anche tutto quello che succede
dopo. dopo il capitolo 12. direttamente in un altro romanzo. ho anche capito
che pretendere di pubblicare un fantasy in italia (pretendere di fare qualsiasi
cosa, ormai, in italia, salvo morire di fame) è lievemente demenziale, e che
quello che davvero devo fare è farlo tradurre in inglese e spedirlo lì. e poi
iniziare a lavorare al seguito, visto che ora è tutto chiaro.
adesso
esco e vado a consolare gli alberi di mimosa del parchetto, e mi piazzo lì
sotto con un cartello con su scritto, not in my name.
lunedì 13 febbraio 2012
schroeder
schroeder era l’amore non corrisposto di lucy van
pelt, e già questo ne fa un eroe. era il piccolo genio del piano, uno della
vecchia guardia, fra i primi creati da schulz; che il giorno del compleanno di
beethoven (e anche svariate settimane prima) circolava con un cartello in mano
per ricordare al mondo, il suo mondo, che quel giorno lì era speciale, perché
aveva regalato all’universo musica bellissima.
Ancora oggi non provo dolore per Feiez. Solo gioia, e
gratitudine. Per tutto quello che ho imparato da lui e con lui. Non c’era
niente di irrisolto, niente di non detto. Sarei potuto morire io un anno prima
e non sarebbe cambiato niente. Tutto era al suo posto ed è al suo posto ancora
oggi che è cambiato tutto. Con Paolo c’è sempre stata solo pace, e una musica
bellissima che fa più o meno così:
(rocco tanica, da “vite bruciacchiate - ricordi
confusi di una carriera discutibile”, di elio e le storie tese, bompiani,
2006).
mercoledì 25 gennaio 2012
incipit 4 - tre mesi prima
come lo quantificano, un
buongiorno. come danno valore a una voce. come lo calcolano, l’inizio di ogni
giornata. quanto vale la mattina.
aveva pianto. per due settimane.
aveva anche vissuto, in qualche modo. aveva parlato, fatto la spesa, pranzato
con i suoi amici, piangendo. lacrimando, più che altro. si chiedeva se quel
modo di dire, piangere tutte le proprie lacrime, avesse un senso, perché le sue
non finivano.
la crepa l’aveva vista. la voce
che cambiava, lo sguardo che sfuggiva. si era detta, una fase, poi passa. e
invece la crepa si era allargata, e alla fine tutto si era rotto. si erano
rotti due anni, senza lasciare cocci da raccogliere. nessun pezzo abbastanza
grande da cercare di riattaccarlo. l’ultima immagine che aveva di lui, di
spalle, mentre usciva dal cancello del parco. si erano visti per l’ultima
volta, per stabilire, dividere, finire. poi lei era rimasta tra gli alberi, e
lui era andato via, con quel suo cappotto strano, leggermente incurvato sotto
il peso di due anni cancellati e degli ultimi minuti di recriminazioni, accuse,
rimpianti.
era la prima voce che sentiva la
mattina. avesse dovuto dare un senso a tutto, descrivere il loro rapporto in
qualche modo, avrebbe detto, il buongiorno. che si dicevano proprio buongiorno,
non ciao, o altro, no, avevano il loro buongiorno, in un tono particolare,
codificato.
aveva appena lasciato il suo
lavoro. avevano un progetto insieme, loro due. e invece niente. niente vecchio
lavoro, niente nuovo progetto. aveva pianto, finché si era fermata e si era
guardata attorno. e si era resa conto che non aveva un lavoro, non aveva un
soldo, non un passato, non un presente, non un futuro. assolutamente nulla. il
nulla è così strano da guardare che a suo modo è affascinante. si era persa a
contemplare le macerie già ridotte a sabbia della sua vita. incantata
dall’assoluto niente che la circondava. e si era resa conto che non era
spaventata. era un vuoto che le toglieva anche le lacrime. le toglieva la
paura. le toglieva tutto. la liberava.
non aveva nessun legame. poteva
fare quello che voleva, perché non c’era niente da riprendere, niente da
continuare, niente da perdere. poteva andare a vivere in giappone, poteva fare
l’astronauta. non aveva niente, poteva tutto. libera. si era seduta in mezzo al
nulla e si era detta, scegli, decidi, ma senza logica, a istinto. chiudi gli
occhi e quello che vedi, quello sarà. aveva chiuso gli occhi, e quello che
aveva visto, la prima immagine che le era venuta addosso, era uno sguardo di
nove anni prima.
e aveva sorriso, pensando, follia
pura. aveva passato la notte a scrivere. aveva telefonato, di prima mattina,
alla grande azienda dinosauro. aveva detto buongiorno, a loro. aveva spiegato
che doveva contattare il genio, si era qualificata, le avevano dato il numero
della segreteria del suo ufficio. aveva chiamato, le aveva risposto la
segretaria. aveva detto buongiorno di nuovo, aveva spiegato, ho un progetto da
proporre. poi aveva richiamato, qualche giorno dopo, e la segretaria le aveva
detto, il genio ha visto il progetto, è entusiasta, ma questo è un periodo così
pieno, ora proprio non può vederti, richiama la settimana prossima. e lei aveva
richiamato. e la segretaria le aveva di nuovo detto, vuole vederti, ma è un
periodaccio, richiama. e lei aveva richiamato. ogni settimana. per due mesi e
tre settimane.
finché una mattina, passeggiava
in camera da letto con le cuffie dell’ipod nelle orecchie, ascoltava una
canzone che diceva non ha più senso pensarti capire provare o sparire, e
all’improvviso aveva sentito qualcosa cambiare. si era voltata, aveva visto il
cellulare illuminarsi. aveva spento l’ipod, si era tolta le cuffie, aveva
ascoltato gli squilli, aveva guardato il numero sul display, un numero di
cellulare che non conosceva. aveva seguito il suo cuore rallentare, fermarsi e
poi correre. lo sapeva, chi era. prima ancora di rispondere, prima ancora di
sentire la sua voce che per la prima volta parlava a lei, che diceva
semplicemente il suo nome e cognome, presentandosi come uno qualsiasi, dandole
del lei, fissandole un appuntamento per un colloquio di lì a due giorni. lo
sapeva. perché, genio, non sei l’unico, qui, che ha una certa come dire
telepatia.
mercoledì 28 dicembre 2011
incipit 3
siamo seduti uno di fronte all’altra e io mi sto
chiedendo qui come ci sono arrivata. gli sei affannosamente trotterellata
dietro per tre stanze dopo essere schizzata fuori dall’ascensore, sghignazza la
proiezione di me stessa, comodamente appoggiata a una parete dell’ufficio. e
poi hai rischiato di farti trucidare dalla segretaria.
sospiro. il genio è quel tipo di uomo. quello che,
avendo da fare in media per 36 ore al giorno, logicamente accelera. tutto.
anche il semplice uscire da un ascensore, entrare in un ufficio, divorare il
corridoio, lanciare al volo il cellulare alla segretaria dicendole di mandare
una mail a quell’indirizzo scritto lì, riprendere subito il cellulare
dichiarando che è scritto piccolo e che lei non ci vede, rilanciare il cellulare
a me ordinando: dettaglielo tu che sei giovane e lo leggi, voltare le spalle
nell’esatto momento in cui la segretaria, che in effetti avrà solo una decina
d’anni più di me, mi rivolge uno sguardo di puro odio e di promettente futura
vendetta, mentre io mi dipingo in faccia un’espressione tipo io che c’entro che
vuoi da me l’ha detto lui e, ubbidiente, scandisco con tanto di spelling, a
voce alta e chiara, sia mai che oltre che cieca sia pure sorda.
e poi lo seguo mentre schizza in una stanza che però
non va bene che secondo lui fa freddo, e poi in un’altra stanza ancora che,
ecco, siediti. mi siedo. fumi? fumo (e anche se non fumavo, iniziavo adesso).
mi guarda. vediamo di capire questa che vuole e cosa posso farne di lei.
l’interrogatorio inizia a raffica di mitra, e io cerco di tenere botta, mentre
ogni tanto lancio uno sguardo allarmato alla proiezione di me stessa che
commenta serafica, beh, se sopravvivi puoi darti ai cento metri.
sono in affanno mentale, adesso. sono abituata ad
essere leggermente più veloce delle persone con cui lavoro. ma quest’uomo,
perdìo, ha una capacità di elaborazione dati al microsecondo che nemmeno il
processore di un computer della nasa. sto ancora a metà della prima frase di
una risposta che lui è già schizzato tre discorsi più avanti, e io mi sto
perdendo. in pochi secondi ha un’idea chiara del mio curriculum, delle mie
potenzialità, della mia personalità, del mio passato e del fatto che, del suo
campo, io non so niente. non ho mai lavorato in quell’ambito. nel settore
genio, la mia esperienza è zero. e qui lo vedo rallentare per un attimo, sta
dubitando. sì, talento ha talento, ma che ci faccio io con questa? qui mi gioco
tutto. riprendo fiato, e passo all’attacco io. tiro fuori dalla borsa un altro
progetto, oltre a quello che gli ho mandato per mail quando gli ho chiesto il
colloquio. questo è ancora abbozzato, ma è tarato su di lui. esiste per
affascinarlo, è stato creato appositamente per sedurlo. e poi gli spiego, gli
impongo, che io devo lavorare con lui. devo. che sono perfetta per lui. e,
ormai calibrata sui suoi ritmi, in due minuti gli rovescio addosso qualche
migliaio di parole, forza, disperazione, entusiasmo e ferma, assoluta e
inderogabile volontà. io. devo. lavorare. con. lui. gli posso essere utile. davvero.
io sono davvero perfetta per te. e lui, placido, risponde, lo so. ho una certa,
come dire, telepatia, io. guardo perplessa la proiezione di me stessa. beh,
poteva usarla prima di impallinarti con mille domande in tre minuti, la certa
telepatia, commenta lei caustica.
e poi il genio mi guarda, e fa la domanda. quella più
ovvia. l’unica a cui non posso rispondere. ma tu, perché hai lasciato il tuo
lavoro e sei venuta da me? ecco, mi dispiace, ma ora io ti devo mentire. mi
conosci solo da pochi minuti, sto cercando disperatamente di farti una buona
impressione, come faccio a dirtelo. che sono qui perché tre mesi fa l’universo
in cui vivevo è imploso.
venerdì 23 dicembre 2011
la prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento
un emigrante resta emigrante per tutta la vita.
continuerà a emigrare, ogni volta che tornerà a casa, ogni volta che lascerà
casa di nuovo, perché il termine casa per lui sarà, nel migliore dei casi,
sdoppiato; quando non annullato, privato di senso.
io mi ricordo un senso di sonno e sicurezza e freddo.
partivamo col treno notturno, io e i miei nonni e mio cugino. la grande
stazione della città in cui si era arrivati come seconda vita era la partenza;
la piccola stazione del paese da cui si era partiti era l’arrivo. a due, tre,
cinque anni è facile che fai confusione, che non ti è molto chiaro se stai
partendo o stai arrivando, se casa la stai lasciando o ci stai tornando. poi, crescendo,
scopri, come per moltissime altre cose, che per gli adulti è uguale.
comunque partivamo col notturno e siccome gli
emigranti emigrano per sempre, avevamo con noi valigie e ceste e buste e borse
e tutto che nemmeno fossimo stati quaranta, e invece eravamo in quattro, a
volte solo tre. e siccome la grande stazione della capitale era davvero troppo
grande e troppo aperta e troppo asettica e troppo grigia, allora era buio anche
quando c’era ancora luce, ed era freddo anche se era estate. però andava bene,
perché c’erano tutte quelle valigie e ceste e quindi un’intera vita che veniva
con noi, e soprattutto c’era la parlata, che appena arrivati al binario era
all’improvviso quella di sempre. funzionava così, che per mesi stavi nella
città grande e parlavi la lingua della città grande, e poi una sera ti
prendevano, ti portavano nella grande stazione, spostavano le valigie e i
pacchi e le ceste sul binario del treno verso giù, e all’improvviso intorno a
te si materializzavano decine, centinaia di persone che parlavano la lingua di
giù. che era come essere già a casa, perché nella partenza, allora, casa doveva
essere quella.
dove stava tutta questa gente nel resto del tempo?
vivevano sempre al binario della stazione? non importava, andava bene così.
siccome parlavano la lingua giusta, sapevi che si sarebbero comportati nel modo
giusto, una volta saliti tutti sul treno. noi non viaggiavamo nei vagoni letto
che costavano troppo, noi partivamo di notte ma stavamo sui sedili normali. io
un vagone letto, ancora adesso, non l’ho mai visto. e negli scompartimenti
normali c’era tutta quella gente che era la gente normale, che era diversa
dalla gente della grande città dove avevi vissuto fino a poco prima e dove
forse non tornavi, non lo capivi mai se si partiva per un po’ o si partiva per
sempre. ma quella era gente normale e quindi aiutava i nonni a caricare tutte
le valigie e i pacchi e le ceste e le borse e i nipoti, e poi ti parlavano
normalmente, anche quando ti parlavano strano era normale. perché, picciotta, era
una parola strana per la nostra provincia dove non si dice picciotta, si dice
picciridda, e quindi era una parola strana, ma era lo stesso una parola normale
perché sapevi che era il modo di dire di gente uguale, solo un po’ più giù col
treno. quelli che scendono dopo dicono picciotto, noi che scendiamo prima
diciamo picciriddu. nella città grande dove abbiamo vissuto finora e chissà se
ci torniamo, non dicono in nessuno dei due modi, e quello è essere strani
davvero.
mercoledì 16 novembre 2011
incipit 2 - nove anni prima
il mese era lo stesso. ma la città bianca era diversa.
erano ancora i tempi in cui esisteva un’estate della città bianca, quattro mesi
di cultura in cui ogni sera potevi scegliere fra decine di concerti,
spettacoli, presentazioni, film. era tutto così pieno e assodato e normale che
non ci avrebbe creduto nessuno, se una cassandra avesse previsto le estati di
qualche anno dopo. quando la nuova marcia sulla città bianca si sarebbe
tradotta nella desolazione estiva di un niente abbandonato, silenzioso, buio e
insicuro.
quella sera lì, c’era la presentazione di un libro
nella piazza principale del quartiere aldilàdelfiume. e lei c’era andata da
sola, perché lo amava tanto quello scrittore, e non lo voleva condividere con
nessuno. si era seduta in terza
fila, nel gruppo di sedie a sinistra, verso l’esterno. la presentazione era
iniziata. lo scrittore parlava, e a un certo punto si era interrotto, per
salutare qualcuno in fondo. qualcuno che lei da lì non vedeva. qualcuno di importante, si era capito dal tono e
dall’appellativo con cui gli si era rivolto lo scrittore, che lo aveva invitato
a salire sul palco. lei, dalla sua sedia esterna in terza fila, aveva aspettato
che quel qualcuno, che non era stato nominato, passasse, per scoprire chi era.
e quando finalmente era passato, diretto verso il palco, aveva pensato: wow, il
genio. e subito dopo: wow, in giacca e cravatta in una sera così calda, vedi
come la gente importante non abdica mai al suo ruolo, è per questo che è
importante. ok, anche per questo.
nove anni dopo, si sarebbe ancora ricordata come era
vestito, che taglio di capelli aveva, tutto quello che aveva detto sul palco,
ma soprattutto lo sguardo con cui l’aveva fissata, dopo. perché, finita la
presentazione, lei aveva indugiato per un attimo, accanto al palco. il libro lo
aveva già, non le serviva comprarlo, né le andava di farselo autografare dallo
scrittore, per scambiarci tre parole inutili che lui avrebbe scordato subito
dopo. lei aveva indugiato per un attimo accanto al palco, mentre scivolava via,
per guardare lui, la persona importante. e lui, il genio, se ne era accorto, e
l’aveva fissata. bloccandola. e c’erano stati lunghissimi secondi di tempo
immobile, in cui lui la fissava e lei era rimasta sospesa, di tre quarti, sconcertata
da quello sguardo di attenzione totale e quasi feroce che l’aveva investita
così.
e poi si era sganciata ed era sgattaiolata via.
e non lo aveva più rivisto.
finché, nove anni dopo, la sua vita era stata molto
semplicemente, completamente, rasa al suolo, e mentre guardava il deserto che
la circondava, lei aveva deciso che era arrivato il momento di ricominciare da
capo, e ricominciare da lì.
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