non la capisco questa cosa, che le persone vengono a
raccontare tutto a me. amici ed estranei, più che altro conoscenti, ma neanche.
mi vedono una volta e decidono che devono dirmi tutto.
gli estranei. lavoravo in un posto, qualche anno fa, nel
giro di un mese ero venuta a conoscenza di più fatti privati di ogni collega,
di un mio amico che ci stava da vent’anni. i nuovi vicini, tempo di dirci
buongiorno e buonasera un paio di volte sulle scale e la volta dopo la signora
mi stava elencando ogni genere di sfiga possibile, e alla fine ha anche pianto.
dico, ci avessi l’aspetto e l’atteggiamento di una che è
interessata. di una che vuole socializzare. io sono da sempre l’antitesi
dell’affratellamento. io sono gentile ma distante. saluto tutti, sorrido a
tutti, guardo tutti con la stessa espressione: voi fatevi i cazzi vostri che io
mi faccio i miei.
i conoscenti. credo di essere l’unica persona nell’universo
che abbia visto piangere almeno tre personcine note per essere più dure del
granito.
gli amici. neanche a parlarne. c’è gente che viene a dire me
cose che poi specifica, non l’ho detto nemmeno alla mia compagna / al mio
compagno.
glielo vado a chiedere? mai. io non chiedo mai niente,
nemmeno quando sarebbe cortesia.
sono il tipo che racconta a sua volta? ma non scherziamo.
nemmeno ai migliori amici.
e allora, ma perché? voglio dire, sul serio, è una mattina
di festa, ognuno sta a casa sua a farsi gli affari suoi, a combattere coi
problemi suoi, che per inciso, non è che siccome non ve li dico non ce li ho,
ce ne ho così tanti che nemmeno immaginate, e voi dovete telefonare a me per
dirmi che state per morire, prima ancora di dirlo a vostro marito, prima ancora
di dirlo ai vostri parenti?
ma io non sono capace. di rispondere. a una persona che sta
per morire. posso solo ascoltare. ma dire, io non sono capace.
e quindi forse è questo che cercate. qualcuno che,
finalmente, stia zitto e lasci parlare voi.
non avete nemmeno tutti i torti, in effetti.