martedì 14 dicembre 2010

speriamo che piova

roma è una città dal clima mite. non è normale che a luglio facciano 40 gradi. non è normale che in settimana siano previsti sei gradi sottozero.
roma è una città dal clima mite. non è normale che nella strada che fai sempre quando torni dal lavoro e vuoi passeggiare in centro, tra pittori e musicisti, ci siano blindati che vanno a fuoco. non è normale che il tratto di strada di cui raccontavi, che era una specie di triangolo delle bermuda al contrario perché spesso vedevi passare volti persi da anni, sia invaso da fumo nerissimo e non si veda più niente, né passato né futuro.
roma è una città dal clima mite. l’ultima vera nevicata c’è stata nell’85, e ancora tutti la ricordano e la raccontano come un evento straordinario. al limite, da noi, la pioggia: ma il tevere minaccia, minaccia, e poi il più delle volte resta al suo posto, pigro e indolente come noi.
roma è una città dal clima mite. il ’77 è passato da 33 anni. è persino troppo mite per essere superstiziosa e pensare che a 33 anni si rischia la crocifissione. e della resurrezione non c’è traccia.
roma è una città dal clima mite. fuoco e gelo qui non c’entrano niente. speriamo che piova.

lunedì 22 novembre 2010

l’anno inizia quando si vuole e finisce quando vuole lui

io ho sempre detto che l’anno nuovo inizia quando si vuole che inizi, ed è vero. però c’è anche un’altra caratteristica da tenere presente quando si ha a che fare con gli anni, e cioè che l’anno finisce quando decide lui. senza avvertire, senza preoccuparsi, senza lasciare il tempo di abituarsi all’idea.
a me, oggi, è finito l’anno. è finito intorno a mezzogiorno, il che conferma la predilezione forse scaramantica degli anni per il numero dodici. è finito senza fuochi artificiali e senza botti, a parte quello che mi è esploso molto silenziosamente dietro lo sterno. poi potrei dire che un po’, una qualche parte di me che peraltro non ha ritenuto opportuno avvertirmi, l’aveva capito, perché stamattina mi sono tagliata i capelli, non tantissimo, una quindicina di centimetri, sono ancora più lunghi che corti, però sono diversi; e poi ho messo una gonna, e io le gonne non le metto mai, e poi ho messo gli stivali con i tacchi da dieci, e io i tacchi non li metto mai; e mi sono anche truccata, e quella non è stata una grande idea perché a me gli anni quando finiscono mi commuovono parecchio. e già la settimana scorsa determinate azioni erano state compiute e determinate decisioni prese. e insomma, in qualche modo lo sapevo, chiamiamolo intuito femminile, chiamiamolo esperienza, competenza e professionalità nel settore fine&affini.
poi niente, quando ti finisce un anno non è che puoi farci molto, è finito. puoi piangere un po’ se comunque hai quell’indole e anche un’età per cui hai finalmente smesso di rimproverarti ogni volta che piangi. puoi andare in libreria, puoi anche andare in ben due librerie, ma poi ti guardi intorno e sei circondata da libri ma non ce n’è nessuno che vada bene per un anno che è finito così, all’improvviso. puoi guardare la pioggia col sole e ricordarti che un anno che finisce vuol dire che un altro sta iniziando. puoi pensare a una cosa che farai, tra qualche giorno, per salutare l’anno finito e l’anno nuovo, e sorridere perché è una bella cosa. puoi andare a comprare una bottiglia di uno dei tuoi vini preferiti, perché ci sta. puoi anche sorridere e contemporaneamente piangere, anche per tutto il giorno, perché se lo può fare il cielo lo puoi fare anche tu.

giovedì 11 novembre 2010

bit?

c’erano questi due computer, uno stava a milano, uno a roma. lavoravano entrambi tutto il giorno, e lavoravano tanto. alcuni computer dicevano che quello era un mestiere duro ma era sempre meglio che lavorare; altri computer pensavano che lavorare in quell’ambito, l’arte, la cultura, non era mica lavorare. non era mica lavorare un paio di megabyte, avrebbero risposto quei due computer lì.
comunque, quei due computer stavano a schermo chino e lavoravano, e ogni tanto interagivano fra loro. il computer di roma a volte aveva bisogno di dati e li chiedeva al computer di milano, in formale e rigido computerese. il computer di milano, in formale e rigido computerese, rispondeva efficiente e preciso. poi magari non si scambiavano dati per un po’ di tempo, poi al computer di roma servivano altri dati, o al computer di milano serviva che il computer di roma trasmettesse dei dati nuovi, e allora si scrivevano, sempre in formale e rigido computerese.
finché un giorno, al termine di un puntuale ed efficiente scambio di dati, il computer di milano scrisse, salutami roma.
il computer di roma pensò, bit? (“bit?” esprime perplessità computera mista a stupore).
il computer di roma lasciò passare un’ora, continuando a lavorare. ma ogni tanto tornava a pensare, bit? è che, se già in generale non si sarebbe aspettato una deroga da certo formale e rigido computerese culturale (i computeri culturali sono i più formali e rigidi in assoluto, altro che megabyte), tantomeno avrebbe potuto aspettarselo da un computer di milano. tra i computer di roma giravano certi luoghi comuni, sulle schede madri dei computer di milano.
il computer di roma terminò il suo lavoro. lasciò passare un’altra mezz’ora, che spese a chiedersi se il computer di milano in realtà fosse pazzo. non si sa mai, magari un virus. alla fine il computer di roma alzò lo schermo verso la finestra, guardò fuori, formulò, ciao, roma. poi rispose al computer di milano.
questa non è una storia d’amore fra computer di roma e di milano. magari nemmeno diventeranno amici, né si incontreranno mai o che. è solo la storia di un umanissimo, computerissimo “bit?”.

lunedì 8 novembre 2010

grazie, penelope

negli ultimi tempi ho scritto poco non perché sia stata particolarmente impegnata a vivere, come a volte mi capita di leggere qua e là; ma più che altro il contrario. essere particolarmente impegnati a vivere il meno possibile è una faccenda molto complicata che richiede un sacco di attenzione, cautele ed energia. ti distrai un attimo e succedono certi casini. tipo, per dire, va bene che li amo (soprattutto rocco). di un amore totale, da cassonetto differenziato a vite bruciacchiate. mapperò, fino a poco tempo fa, io ero forse l’unica persona sul pianeta terra a non aver mai sentito il waka waka. e ci tenevo abbastanza, a questo record. e ora l’ho perso, per colpa dell’afrika. che poi è una delle ultime cose che ho sentito, prima che mi tornasse l’otite, in una nuova e battagliera versione impegnata: l’orecchio destro fa un casino assurdo, quello sinistro passa da un monotono ronzio vibrante sempre uguale al nulla. più che un’otite, un commento politico.
per il resto, sono stata impegnata a discutere con il mio rappresentante sindacale, il dio anubi. la mia linea d’azione era, rassegniamoci a una comoda, per quanto magari un po’ lenta, morte per inedia. lui insisteva con quella faccenda del pesare il cuore, la piuma e tutto il resto. crede davvero di riuscire a trovarlo, un cuore, da qualche parte; come rappresentante sindacale mi è capitato l’ultimo dei romantici.
però poi è successa una cosa bellissima, che ci terrei a raccontare in particolare al signor bandini: il reparto entropia, che stava per essere smantellato, è insorto. ed è insorto nella figura di penelope 1, la mia personalissima penelope, quella che ha sempre fatto sì che con i bonus bestemmie annuali io andassi fuori con l’accuso già tipo a febbraio. penelope 1 resta. e io, che all’idea di essere privata di penelope 1 mi stavo spegnendo, ed ero già lì pronta con la scatola di cartone a portare via le mie cose, ebbene, quando ho saputo che penelope 1 restava ed era pronta a dare battaglia, e a rendermi quindi la vita ancora più impossibile che finora s’è solo scherzato signora mia, io sono risorta. finché penelope 1 resiste, resisto anch’io.
forza, penelope.

martedì 12 ottobre 2010

borghitudini

stamattina sono stata svegliata dal citofono: erano due borg inviate dal parroco borg, che mi annunciavano la costituzione di un gruppo di lettura del libro della legge dei borg, a cui si poteva partecipare gratuitamente. ho chiesto, perché, c’è anche gente che paga per una roba del genere? mi sono risposta da sola. sono uscita e sono passata davanti alla chiesa borg; come al solito c’era un funerale. non riesco a capire, è da un po’ che ogni volta che passo davanti alla chiesa borg incrocio un funerale. o c’è una strana epidemia al quartiere-paese di cui nessuno ci ha avvertiti, o il parroco-borg è così abile a celebrare funerali da attirare clienti da ogni parte della città, oppure è lo stesso funerale che viene ripetuto ogni mattina perché il morto è un perfezionista e lo fa ripetere finché non viene benissimo.
poi sono arrivata a lavoro. con il capo stiamo ridiscutendo il mio contratto. lui mi ha passato quella che dovrebbe essere la proposta definitiva, insieme a una comoda penna-siringa per firmare col sangue. il punto 1 recitava, “resistance is futile. you will be assimilated”. sono rimasta perplessa, non mi ricordavo che il contratto della categoria fosse stato modificato così. ho pensato di chiedere al sindacato, ma sono così assimilati che a volte fanno un po’ impressione anche agli altri borg. sono uscita a fumare una sigaretta, riflettendo sulla discrepanza tra l’interesse per me come individuo e quello per me come possibile elemento della collettività, e mi sono chiesta se ci fosse qualcuno che coerentemente se ne fregasse di me sia come individuo sia come collettività. allora ho telefonato all’avvocato divorzista dei miei e abbiamo preso un caffè insieme. aveva degli strani tubicini lungo le articolazioni.

venerdì 17 settembre 2010

tumbleweed

per anni mi sono chiesta come si chiamassero i cespugli che rotolano nei film western.

oggi c’era una busta blu in mezzo alla tiburtina. rotolava spinta dal vento. intorno a lei invece di cowboy, diligenze e indiani sfrecciavano macchine, autobus e motorini. ho pensato che vivo in un’epoca che insomma. che poi magari anche qualche sioux, osservando un cespuglio rotolare accanto a una diligenza, avrà pensato che viveva in un’epoca che insomma.

poi sono tornata a casa e non c’è niente da mangiare, ma proprio niente, c’è un po’ della torta di ieri ma non mi va, c’è un po’ del vino di ieri ma non si mastica, e io di uscire e fare la spesa non ho voglia. stamattina sotto la doccia riflettevo sul fatto che i compleanni in genere mi servono per fare il punto su quello che è perso e chiuso, e invece quest’anno è più importante quello che è nuovo e aperto. anche se.

per quanto io possa pensare che alcune persone rotolino nella mia vita come salsole, poiché conosco il segreto dei maghi baol, so che non è così. non sono loro.

martedì 7 settembre 2010

x – scuola di polizia – factor

io tifo per zed (e anche un po' per sweetchuck).

mercoledì 11 agosto 2010

l’anno nuovo inizia quando si vuole che inizi

ho il sospetto che ci siano modi migliori per iniziare una giornata, che raccogliere i pezzi di vetro di una cornice rotta da una capra silente. ho anche il sospetto che ci siano modi migliori di affrontare la vita, che circondarsi di alberi di natale nani che sfottono, bastoni della pioggia e poltrone verdi che pontificano, cuscini del divano che rimarcano le differenze tra me e i vulcaniani, elefantini viola che piangono sulla birra versata e capre silenti che rompono cornici.
in realtà sono consapevole del fatto che, a loro modo, cercano di fare di me una persona migliore (ok, non credo che diventerò una persona migliore con schegge di vetro conficcate nei polpastrelli, ma non si sa mai), è solo che non lo ritengo uno sforzo sensato. io sono stata peggiore di così, e stavo meglio di così. e quindi non posso fare a meno di pensare che se diventassi migliore di così, potrei stare ancora peggio di così, e sinceramente non è che mi vada moltissimo.
per il resto, passo le mie giornate bevendo tè e caffè americano col dio anubi, che è diventato il mio consulente sindacale; meditando pigramente sul fatto che devo di nuovo cercare un lavoro; chiedendomi, senza stare a sprecarmici troppo, chissà in che punto mi sono persa, dove e quando, e se nel frattempo mi sono spostata. perché il problema di quando si perde qualcosa è che, anche se ci si impegna e si riesce a capire dove potrebbe essere successo, poi non è per niente detto che in quel punto preciso ci si ritrovi. metti che ha tirato vento, tipo. allora pensavo, anche se torno indietro, nel punto e nel momento esatto in cui mi sono persa, magari io non sono più lì. e quindi forse mi conviene restare qui. o qua, che dei tre era quello che mi stava più simpatico. che comunque il posto da paperoga è già occupato.

sabato 24 luglio 2010

beati gli smemorati perché avranno la meglio anche sui loro errori (nietzsche)

poiché noraneko, fin dall’inizio del viaggio, aveva fatto del suo meglio per portare gli umani esattamente nella direzione opposta rispetto a quella dove avrebbero finito col ricordare tutto, si capisce come l’essersi ritrovata all’improvviso nella città dei ricordi non le avesse fatto un granché piacere.
guardò il grande arco che portava verso la città nella città che si sdoppiava in due città, con molta irritazione. e visto che quella era la città dei ricordi, dando prova di inusuale ma comprensibile coerenza, ricordò. un sogno che aveva fatto quando ancora si trovava nell’altra dimensione.
si trovava in una specie di paesino sviluppato in salita, con vecchie case caratteristiche e deliziose ringhiere in ferro battuto costrette a stridere fastidiosamente con insegne, macchine e segnali di un postmodernismo già sorpassato nel resto del mondo. uno di quei paesi dove si trovano bottiglie di bevande gassate che si suppone si materializzino lì tramite un varco dimensionale che sbuca sugli anni ’50, per dire.
aveva visto lui e gli altri seduti a un tavolino di un bar sulla piazza che portava al grande arco. dalle porte della città nella città entravano e uscivano, come sempre, le anime che vivevano all’interno del mondo su cui davano le grandi porte dopo l’arco. noraneko sapeva, più per educazione magica che per conoscenza diretta, che nella città nella città vivevano due tipi di anime. le prime, che erano ancora abbastanza nitide e quasi del tutto uguali agli umani, avevano accesso all’esterno, al paesino. le altre, molto più sbiadite, per quanto nell’aspetto identiche alle prime (ognuna aveva il suo doppio perfetto), avevano invece accesso all’interno, a qualcosa che stava dentro il mondo dopo il portone dopo l’arco, e che solo loro potevano vedere. quindi, di fatto in quel paesino vivevano tre tipi di esseri: gli abitanti del paesino, totalmente all’esterno; le anime della città nella città che si potevano spostare dall’interno al paesino; le anime della città nella città che si potevano spostare dall’interno all’ancora più interno. tra la parte media e le due parti estreme c’era una possibilità, seppur limitata, di comunicazione. tra le due parti estreme, no.
noraneko temeva l’interno ancora più interno come si temono le cose che non si conoscono ma non promettono tanto bene, e così aveva accolto con parecchio nervosismo e dichiarata ostilità la notizia che le aveva dato lui, tutto orgoglioso e soddisfatto: gli avevano proposto un lavoro da chef nella città nella città, ovviamente solo nella parte in contatto col paesino, e lui aveva accettato. in qualche modo, nel sogno, per controllare la situazione e cercare di prevenire disastri, era riuscita a ingannare le anime guardiane e a portarsi all’interno dell’interno, spacciandosi per un’anima che aveva accesso alla città nella città, ma cosa si fosse trovata davanti, e come avesse fatto ad uscirne, non lo ricordava. il sogno si concludeva con le sue preoccupazioni spazzate via da un uragano che si stava abbattendo sul paesino.
ora noraneko si trovava fuori da un sogno, ma dentro la città dei ricordi, davanti al grande arco; con tutti quegli umani a cui badare, tutti quei ricordi da allontanare, tutte quelle anime che si spostavano dentro e fuori e dentro nel dentro; e aveva la netta impressione che a breve avrebbe avuto a che fare con l’equivalente di un uragano.

domenica 18 luglio 2010

percezioni

fa così caldo che ho visto gatto bere acqua per due volte in una settimana; le prime due volte che glielo vedo fare in quasi cinque anni che ci conosciamo.
fa così caldo che persino il cactus in terrazzo non ne può più, figuriamoci i gerani. peraltro, mentre passato e futuro soffrono ma sopravvivono, temo di dover ridare la notizia della prematura scomparsa di presente, di nuovo. non lo so mica se è normale che ogni volta che chiamo un geranio “presente”, quello muore. non so neanche se devo chiedere a un vivaista o a uno psichiatra.
fa così caldo che non riesco nemmeno a leggere e a scrivere, e questo è un po’ un problema, visto che il mio lavoro è leggere e scrivere, e fin qui passi, ma anche la mia vita, e questo dà qualche ripercussione in più. soprattutto sul presente. anche nel senso del geranio.
fa così caldo che ho spostato un materasso per terra nel soggiorno, che è rivolto a nord, e ora dormo incastrata fra tutti loro: dalla parte della testa la poltrona verde e la lampada, dirimpetto la poltrona rosa antico, a sinistra il cuscino del divano, a destra la mensola con l’albero di natale nano e il bastone della pioggia e accanto la cyclettattaccapanni.
fa così caldo che anche loro parlano pochissimo, e ci perdiamo in altre dimensioni in silenzio. abbiamo scoperto che alle 12.15 la luce entra dalle finestre e proietta l’ombra della ringhiera, della mensola e dell’albero di natale nano sulla parete di fronte in un modo che sembra un’altra vita. allora alle 12.15 ci giriamo tutti verso la parete e osserviamo le vite che non stiamo vivendo.